giovedì 23 agosto 2018

Meeting di Rimini - quarta giornata


Mario Calabresi

Ieri pomeriggio abbiamo partecipato all'incontro sul tema della mostra riguardante il '68.

Ha introdotto l’incontro, in una Auditorium A3 gremito, Francesco Magni, assegnista di ricerca all’Università degli Studi di Bergamo e coordinatore di Redazione della rivista Nuova Secondaria, chiedendo perché fare una mostra e parlare del ’68 oggi al Meeting a Maria Bocci, professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università Cattolica di Milano.

Racconta la professoressa che ha constatato come i ragazzi di oggi considerino il ’68 un mito, pur non avendolo vissuto e non conoscendolo. Si è quindi domandata perché questa “brillantezza” di quel momento storico e crede che la risposta possa identificarsi nel fatto che i ragazzi lo associano a istanze sempre attuali di “cambiamento ed autenticità”. L’interrogarsi dei giovani d’oggi sul ’68 li spinge a farsi delle domande anche a livello “esistenziale”: cos’è il cambiamento e chi è capace di provocare il cambiamento. Sono domande che caratterizzano infatti anche il “nostro tempo travagliato”.

Maria Bocci osserva che il ’68 è il primo momento storico in cui “i giovani sono emersi come catego-ria distinta a tutti i livelli dagli adulti, globalizzata e protagonista della storia”. La rivolta del ’68 contro i principali capisaldi della cultura tradizionale ha originato “il vuoto che spaventa” di oggi. Ciò perché i nuovi caposaldi del ’68 (marxismo, scuola di Francoforte, terzomondismo) oggi non esistono più. Ciononostante i giovani di oggi sono accomunati a quelli del 68 dallo stesso desiderio di cambiamen-to ed autenticità, ed è questo il motivo del fascino e dello stimolo che tale periodo storico esercita sui giovani d’oggi.

Magni rilancia le domande dei ragazzi di oggi su autenticità e cambiamento a Mario Calabresi, direttore de la Repubblica.

Il direttore risponde alla domanda sul cambiare il mondo prendendo le mosse dall’impressione che Marchionne gli riferì aver avuto dal Meeting: “ho visto dei giovani con un’energia negli occhi che non credevo possibile”. Passa poi all’esempio di sua zia, che partecipò alla prima occupazione, alla Statale di Milano, nel 67; vista la piega che presero gli eventi (dimostrazioni, scontri) la zia, laureatasi medico, decise di andare a fondare un ospedale in Uganda; fece la lista nozze indicando come regali il necessario per il piccolo ospedale (una stanza nella savana) si sposò e partì col marito. Calabresi, tornato dopo 45 anni a vedere cosa avesse prodotto quella lista di nozze, ha trovato un ospedale che (tra l’altro) assiste diecimila parti l’anno: “Questo significa andare ad aiutarli a casa loro; non è sbagliato dire aiutiamoli a casa loro, bisogna però poi anche farlo”.

Sull’autenticità, Calabresi consiglia ai ragazzi di badare al valore delle parole, a sostituire nelle frasi, i vocaboli superlativi con quelli più moderati, per constatare quanto maggiore sia l’effetto dei secondi sugli interlocutori.

Parla ai ragazzi Calabresi, spiegando che negli anni ‘60 il consumismo (già allora combattuto) non era quello di oggi, per comprare una lavatrice (oggetto simbolo) occorrevano cinquanta rate di mutuo, oggi la si vede e si compra. Questo tutto e subito fa perdere autenticità e gusto all’ottenere. I giovani vanno accompagnati nel sacrificio, non deve loro evitarsi la fatica, perché tanto più duro è il lavoro per raggiungere l’obiettivo, quanta maggiore sarà la soddisfazione nel conseguirlo. “La fatica è la cosa migliore che può capitarci” e quindi piuttosto che un sussidio per vivere ai giovani debbono essere assicurati “strumenti per farsi una vita”.

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