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domenica 23 dicembre 2018

Via San Gregorio Armeno - Napoli!



Via San Gregorio Armeno è una strada del centro storico di Napoli, celebre turisticamente per le botteghe artigiane di presepi.

La tradizione presepiale di San Gregorio Armeno ha un'origine remota: nella strada in epoca classica esisteva un tempio dedicato a Cerere, alla quale i cittadini offrivano come ex voto delle piccole statuine di terracotta, fabbricate nelle botteghe vicine. La nascita del presepe napoletano è naturalmente molto più tarda e risale alla fine del Settecento.

Oggi via San Gregorio Armeno è nota in tutto il mondo come il centro espositivo delle botteghe artigianali qui ubicate che ormai tutto l'anno realizzano statuine per i presepi, sia canoniche che originali (solitamente ogni anno gli artigiani più eccentrici realizzano statuine con fattezze di personaggi di stringente attualità che magari si sono distinti in positivo o in negativo durante l'anno).

Le esposizioni vere e proprie cominciano nel periodo attorno alle festività natalizie, solitamente dagli inizi di novembre al 6 gennaio.

Tipica di via San Gregorio Armeno è il sontuoso campanile dell'omonima chiesa che si affaccia sulla strada, il quale si innalza sopra il livello della stessa. Il campanile funge da cavalcavia di connessione tra i due conventi (chiesa e monastero) dedicate a San Gregorio Armeno.

Infine, lungo la strada (salendo dal decumano inferiore a quello maggiore), vi sono prima la chiesa di San Gregorio Armeno, edificata intorno al X secolo, e poi, poco più sopra, con ingresso separato rispetto all'edificio religioso, il relativo chiostro.


sabato 20 gennaio 2018

La Certosa di Padula

La Certosa di Padula

La certosa di Padula, o di San Lorenzo,è una certosa situata a Padula, nel Vallo di Diano, in provincia di Salerno. Si tratta della prima certosa ad esser sorta in Campania, anticipando quella di San Martino a Napoli e di San Giacomo a Capri.

Occupando una superficie di 51.500 m², contando su tre chiostri, un giardino, un cortile ed una chiesa, è uno dei più sontuosi complessi monumentali barocchi del sud Italia nonché la più grande certosa a livello nazionale e tra le maggiori d'Europa.

Dal 1957 ospita il museo archeologico provinciale della Lucania occidentale e fu dichiarata nel 1998 patrimonio dell'umanità dall'UNESCO assieme ai vicini siti archeologici di Velia, Paestum, al Vallo di Diano e al parco nazionale del Cilento. Dal dicembre 2014 fa parte dei beni gestiti dal Polo museale della Campania.

I lavori alla certosa iniziarono per volere di Tommaso II Sanseverino, sotto la supervisione organizzativa del priore della Certosa di Trisulti a Frosinone, il 28 gennaio 1306 sul sito di un preesistente cenobio.

Il Sanseverino, conte di Marsico e signore del Vallo di Diano, personalità molto vicina al casato angioino, come tutto il casato, successivamente donò all'ordine religioso il complesso monastico appena edificato, ordine per l'appunto di origine francese. Nacque così il secondo luogo certosino nel sud Italia, dopo la certosa di Serra San Bruno in Calabria, con lo scopo per la famiglia salernitana di ingraziarsi i piaceri dei reali di Napoli.

La dedica a San Lorenzo della certosa si deve invece alla preesistente chiesa dedicata al santo che insisteva nell'area, appartenente all'ordine benedettino, poi abbattuta a seguito della costruzione della certosa.

L'area in cui il Sanseverino decise di edificare il sito monumentale era sostanzialmente costituito da lotti di terra di sua proprietà, essendo egli un ricco e potente feudatario. Il punto risultò sin da subito strategico e cruciale, potendo infatti contare dei grandi campi fertili circostanti dove venivano coltivati i frutti della terra (i monaci producevano vino, olio di oliva, frutta ed ortaggi) per il sostentamento dei monaci stessi oltre che per la commercializzazione con l'esterno, nonché per consentire di avere il controllo delle vie che portavano alle regioni meridionali del Regno di Napoli. L'attività commerciale dei beni primari prodotti nella certosa fu per molti secoli fondamentale in quell'area, infatti, essa era di fatto l'unico centro di raccolta di manodopera.

Nel Cinquecento il complesso divenne meta di pellegrinaggi illustri, come Carlo V che vi soggiornò con il suo esercito nel 1535 di ritorno dalla battaglia di Tunisi; secondo la tradizione fu in questa occasione che i monaci prepararono una frittata di mille uova. In questo stesso periodo, dopo il concilio di Trento, vi si aggiunse alla struttura trecentesca il chiostro della Foresteria e la facciata principale nel cortile interno.

Nei secoli successivi, a partire dal 1583 la certosa subì ingenti rimaneggiamenti, avviati sotto il priorato di Damiano Festini e che durarono fino alla seconda metà del Settecento determinandone l'attuale predisposizione architettonica, di impianto quasi esclusivamente barocco. Tra il XVI e XVII secolo l'attività produttiva-commerciale della certosa si implementò e divenne così importante che fu necessario istituire nei territori vicini, dalla bassa provincia di Salerno fino in Basilicata, grancie e feudi, come a Sala Consilina che in 1.500 ettari di spazio, nacque la grancia di San Lorenzo, o come a Pisticci, che fu istituita quella di Santa Maria.

Caduti i Sanseverino nella metà del Seicento con la congiura dei baroni, i loro possedimenti andranno ai monaci certosini di Padula, divenendo così loro stessi anche padroni dei terreni su cui si sviluppava il paese soprastante. Disponendo così di proventi derivanti dalle tasse che i civili pagavano al priore, oltre che delle ricchezze che la certosa aveva accumulato nel corso dei secoli, tramite donazioni, profitti commerciali e quant'altro, si avviò per tutto il XVII e XVIII secolo il periodo di massimo splendore per il complesso di San Lorenzo.

I rimaneggiamenti cinquecenteschi si ripresero così nel corso del Seicento e per quasi tutto il Settecento. Essendo stati questi decisivi e numerosi, fecero sì che un sito nato in stile gotico assurse a diventare ben presto uno dei simboli della cultura barocca nel regno di Napoli. Il florido periodo artistico ebbe così ripercussioni positive anche sotto il profilo commerciale oltre che spirituale-politico, tant'è che nel 1771 si registrò addirittura la presenza di ben 195 lavoratori, dove metà di essi circa erano persino salariati.

Durante questi due secoli, il sito fu inoltre ancora una volta ampliato: risultano a quest'epoca infatti diversi corpi di fabbrica, come il chiostro grande, il refettorio e lo scalone ellittico del retro che, datato 1779, è di fatto l'ultima opera architettonica della certosa, prima della soppressione dell'ordine per mano dei francesi.

Nel 1807, durante il decennio murattiano, l'ordine certosino fu soppresso ed i monaci della certosa, così come tutti quelli del regno, furono costretti a lasciare lo stabile, che invece fu destinato a diventare una caserma. Seguirono all'evento furti di svariate opere d'arte: testi storici in biblioteca, ori, statue, argenti e pitture, in particolar modo dentro la chiesa, la quale fu spogliata del tutto dalle tele seicentesche che possedeva. Nel 1813, anno in cui avvenne l'ultimo trasferimento di opere della certosa al museo Reale di Napoli, si registra lo spostamento da un luogo all'altro di 172 dipinti.

Passato il periodo napoleonico, con il ripristino del regno borbonico i certosini rientrarono nel complesso. Spogliati di quasi ogni bene, il peso politico che avevano nell'area circostante e nelle gerarchie dei reali fu certamente minore. Per ridare lustro al complesso furono commissionate in questo periodo alcune pitture in sostituzione di quelle rubate e collocate nel refettorio, di fatto l'unico ambiente artisticamente ripristinato.

Tuttavia, nonostante gli sforzi, i monaci non riuscirono mai più ad assumere il ruolo che avevano ricoperto nei secoli addietro.

Un luogo ricco di storia che vale una visita nel corso del 2018!

http://www.polomusealecampania.beniculturali.it/index.php/la-certosa-padula

sabato 9 aprile 2016

La Reggia di Caserta e la collezione Terrae Motus



La reggia di Caserta è un palazzo reale, con annesso parco, ubicato a Caserta. È la residenza reale più grande al mondo e i proprietari storici sono stati i Borbone di Napoli, oltre a un breve periodo in cui fu abitata dai Murat.

Nel 1997 è stata dichiarata dall'UNESCO, insieme con l'acquedotto di Vanvitelli e il complesso di San Leucio, patrimonio dell'umanità. Nel 2015 è stato, con un totale di 497.158 visitatori, il quattordicesimo sito museale statale italiano più visitato.

Segnaliamo che all'interno della Reggia è possibile visitare la collezione Terrae Motus.

http://reggiaofcaserta.altervista.org/it/reggia/terrae-motus/

La collezione Terrae Motus, istituita dopo il terremoto dell’Irpinia che devastò le regioni italiane Campania e Basilicata nel 23 novembre del 1980, è nata grazie ad un’iniziativa ed alla lungimiranza del gallerista d’arte napoletano Lucio Amelio (1931-1994). Su sua richiesta, diversi artisti contemporanei come Joseph Beuys, Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis e Mimmo Paladino, artisti ciascuno di diverse nazionalità, hanno reagito all’ evento catastrofico sia attraverso la creazione di un’opera d’arte, che anche iniziando una discussione per meditare sulla degli effetti di un terremoto e sul contributo che l’arte può dare alla ricostruzione. 

La Collezione, il cui nome Terrae Motus in lingua latina significa “terremoto”, è composta da più di 70 opere, ed è stata esposta numerose volte: a Villa Campolieto di Portsmouth, presso l’Istituto di Arte Contemporanea di Boston, presso il Grand Palais di Parigi, prima di essere donata nel testamento dal signor Amelio alla Reggia di Caserta nel 1994, dopo la sua scomparsa. 

Sin dall’anno 1994, la Collezione Terrae Motus è stata esposta nelle sale del Palazzo, con rotazioni periodiche, secondo una logica che mira a integrare l’arte contemporanea nelle antiche e preziose sale della Reggia.

domenica 6 marzo 2016

Santuario della Beata Vergine di Pompei



Il pontificio santuario maggiore cattedrale della Beata Vergine del Santo Rosario è il principale luogo di culto cattolico di Pompei, nella città metropolitana di Napoli.

È tra i più importanti e visitati santuari mariani del mondo cattolico; numerosi personaggi e santi vi hanno fatto visita, tra questi san Ludovico da Casoria, san Luigi Guanella, san Giuseppe Moscati, san Leonardo Murialdo e santa Francesca Saverio Cabrini; tra i papi che hanno visitato il santuario vi sono san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco.

Il santuario ha la dignità di basilica pontificia. Per informazioni:  http://www.santuario.it/

È cattedrale della prelatura territoriale ed è sede della delegazione pontificia.

La storia del santuario è legata a quella del beato Bartolo Longo, suo fondatore, e della contessa Marianna de Fusco (moglie del conte Albenzio de Fusco), con la quale condivise una vita al servizio dei più bisognosi. Il santuario è stato eretto con le offerte spontanee dei fedeli di ogni parte del mondo. La sua costruzione ebbe inizio l'8 maggio 1876, con la raccolta dell'offerta di "un soldo al mese". Primo a seguirne i lavori fu Antonio Cua, docente dell'Università di Napoli, che diresse gratuitamente la costruzione della parte rustica. Giovanni Rispoli in seguito si occupò della decorazione e della monumentale facciata inaugurata nel 1901. Il santuario fu eretto in basilica pontificia maggiore da papa Leone XIII il 4 maggio 1901. A croce latina, inizialmente aveva una sola navata, con abside, cupola, quattro cappelle laterali e due cappelle nella crociera. Ai due lati del santuario vi erano altre due cappelle con ingressi distinti, ma intercomunicanti con la navata centrale: a sinistra, la cappella di Santa Caterina da Siena, ove fu esposto inizialmente il quadro della Madonna durante la costruzione del santuario; a destra, la cappella del SS. Salvatore, così chiamata perché fu sede dell'omonima parrocchia fino al 1898, quando fu costruita la nuova parrocchia a poche decine di metri di distanza. Nel 1925 fu ultimata la costruzione del campanile alto ben 88 metri

Con il passare del tempo e il sensibile aumento delle folle di fedeli fu necessario ampliare il santuario. Tale ampliamento fu eseguito dal 1934 al 1938, su progetto del Chiappetta. Il santuario ebbe così tre navate (quella centrale non fu modificata), abside e cupola di maggiori dimensioni. L'esterno fu rivestito in armonia con la monumentale facciata, facendole acquistare l'aspetto di una grande Basilica romana. Negli anni successivi il santuario sopravvisse a prove molto impegnative quali l'eruzione del Vesuvio del 1944 e l'arrivo delle truppe naziste che arrivarono a minacciarne la distruzione.

È stato meta di pellegrinaggi da parte di papa Giovanni Paolo II il 21 ottobre 1979 e il 7 ottobre 2003; di papa Benedetto XVI il 19 ottobre 2008 e di papa Francesco il 21 marzo 2015.

L'11 novembre 1962 nella piazza antistante il santuario fu collocato il monumento a Bartolo Longo, opera dello scultore ravegnano Domenico Ponzi. Alla solenne cerimonia inaugurale intervenne l'allora presidente della repubblica, Antonio Segni.

Il santuario è oggi meta di pellegrinaggi religiosi, ma anche di molti turisti affascinati dalla sua maestosità. Ogni anno oltre quattro milioni di persone si recano in visita al santuario che risulta pertanto tra i più visitati d'Italia. In particolare, l'8 maggio e la prima domenica di ottobre, decine di migliaia di pellegrini affollano la città di Pompei, per assistere alla pratica devozionale della Supplica alla madonna di Pompei (l'ora del Mondo) scritta dal Beato Bartolo Longo che viene trasmessa tramite la televisione e la radio in tutto il mondo.

venerdì 1 gennaio 2016

Buon anno a tutti da Pompei

la Casa di Paquius Proculus


Per prima cosa buon anno a tutti gli amici e lettori del blog.

Grazie per averci seguito sino a qui. Da parte nostra ci impegniamo anche quest'anno a proporvi notizie, suggerimenti, informazioni che vi possano essere utili per conoscere sempre di più il Paese più bello del mondo: l'Italia!

Iniziamo l'anno subito con una bella notizia: nel sito archeologico di Pompei dal 24 dicembre sono visitabili sei nuove domus romane interamente restaurate. 

Gli edifici restaurati, già accessibili al pubblico, sono: la Fullonica di Stephanus, la Casa del Criptoportico, la Casa di Paquius Proculus, la Casa del Sacerdos Amandus, la Casa di Fabius Amandio e la Casa dell’Efebo. 

Domenica prossima 3 gennaio è inoltre possibile accedere gratis agli scavi in quanto prima domenica del mese, nell'ambito dell’iniziativa ministeriale #DomenicalMuseo

Per chi fosse interessato alla visita agli Scavi di Pompei (una delle meraviglie da visitare almeno una volta nella vita) eco il sito di riferimento:

http://www.pompeiisites.org/

sabato 21 novembre 2015

Santuario Abbazia di Montevergine



Il santuario di Montevergine è un complesso monastico mariano di Mercogliano, situato nella frazione di Montevergine: è monumento nazionale. L'abbazia territoriale di Montevergine è una della sei abbazie territoriali italiane. Al suo interno viene venerato il quadro della Madonna di Montevergine e si stima che ogni anno sia visitato da circa un milione e mezzo di pellegrini.

La storia del santuario di Montevergine è strettamente legata alla figura di Guglielmo da Vercelli, un monaco eremita vissuto tra l'XI e il XII secolo, attratto dai pellegrinaggi nei luoghi della cristianità. Rientrato in Italia dopo un lungo viaggio a Santiago di Compostela, decise di intraprendere un nuovo pellegrinaggio verso Gerusalemme ed al fine di prepararsi spiritualmente si rifugiò presso il monte Serico, ad Atella, dove è protagonista della guarigione di un cieco. Ripreso il viaggio verso la terra santa, giunge a Ginosa, incontrandosi con Giovanni da Matera, il quale gli consiglia di rinunciare al pellegrinaggio e di operare per il servizio divino nelle terre d'Occidente: Guglielmo rifiuta i consigli del santo e prosegue per il suo cammino fino a che non viene malmenato da un gruppo di briganti. Ricordatosi delle parole di Giovanni e dopo una lunga riflessione spirituale, comprende la nuova strada da seguire, ossia quella di ritirarsi in solitudine e dedicarsi alla meditazione. Giunto in Irpinia, sente che la volontà di Dio è quella di farlo risiedere su un monte, oggi conosciuto come Partenio, ad una altitudine di oltre mille metri.

Con il passare del tempo la fama di santità di Guglielmo aumentò sempre più, tanto che sul monte, spontaneamente, iniziarono ad arrivare uomini desiderosi di abbracciare uno stile di vita dedito alla preghiera e alla solitudine: in poco tempo numerose celle, fatte per lo più con fango e malta, ospitarono numerosi monaci. Allo stesso tempo si decise anche la costruzione di una chiesa, consacrata nel 1126, dedicata alla Madonna, ma, contrariamente a quanto è spesso raccontato, non si verificò alcuna apparizione: Guglielmo seguì soltanto la sua profonda devozione nei confronti della Vergine Maria. Ben presto i monaci di Montevergine si riunirono in una congregazione detta Verginiana, riconosciuta ufficialmente l'8 agosto 1879 da papa Leone XIII: nel corso dei secoli la congrega ha svolto servizio sia di evangelizzazione, utilizzando addirittura il dialetto locale pur di arrivare ai ceti più bassi della società, sia di cura dei malati, con la costruzione di numerosi nosocomi in Campania e nel resto del sud Italia. Dopo la morte di San Guglielmo, nel 1142, il santuario raggiunse il periodo di massimo splendore tra il XII ed il XIV secolo, quando si arricchì di numerose opere d'arte e si espanse notevolmente grazie alle offerte di feudatari, papi e re: fu in questo periodo che venne donato il dipinto della Madonna, oggi venerato nella basilica cattedrale, ma anche numerose reliquie, tra cui le ossa di San Gennaro, che furono poi trasferite nel duomo di Napoli nel 1497.

Tra il 1378 ed il 1588 il santuario di Montevergine visse una profonda crisi sia dal punto di vista spirituale sia economico, accentuata da una commenda del 1430, che assegnava ad uomini senza alcun interesse cristiano le offerte deposte per l'abbazia. Dal 1588 fino all'inizio del XIX secolo la vita monastica scorse abbastanza tranquilla, anche se nel 1611 la foresteria fu gravemente danneggiata da un incendio e nel 1629 si assistette al crollo della navata centrale della chiesa; dal 1807, anno in cui il corpo di San Guglielmo fu traslato dall'abbazia del Goleto a Sant'Angelo dei Lombardi a Montevergine, al 1861 un nuovo periodo di crisi mise seriamente a rischio la vita della congregazione stessa: il 28 maggio 1868 il consiglio di stato sancì che le abbazie non dovessero essere soggette ad alcun tipo di soppressione economica e quindi tutti i beni confiscati negli anni precedenti vennero nuovamente restituiti; nello stesso anno il santuario fu dichiarato monumento nazionale.

All'inizio del XX secolo la situazione migliorò notevolmente ed il santuario ritornò a godere dell'antica fama, diventando uno dei più visitati del sud Italia: addirittura durante la seconda guerra mondiale, precisamente dal 1939 al 1946, ospitò segretamente la Sacra Sindone di Torino, fortemente voluta da Adolf Hitler. Notevoli furono le novità apportate in questo periodo, come la ristrutturazione della foresteria, del monastero e della basilica antica, l'apertura nel 1956 della funicolare che collegava il centro di Mercogliano al santuario in soli 7 minuti, evitando ai pellegrini una strada stretta e tortuosa, precorsa all'epoca da carri trainati da muli o a piedi, l'inaugurazione della nuova basilica, progettata dall'Arch. Florestano Di Fausto, nel 1961, sul cui altare maggiore venne posto il quadro della Madonna; sempre agli anni sessanta risalgono la cripta, che contiene le spoglie di San Guglielmo, la sala degli ex voto ed un museo, riorganizzato secondo i moderni standard solo nel 2000, che raccoglie i numerosi reperti archeologici o gioielli ed opere d'arte portati dai pellegrini o ritrovati intorno al santuario; infatti in zona sorgeva, in epoca romana, un tempio dedicato a Cibele. Oltre al complesso che sorge sul monte Partenio, appartiene al santuario anche il Palazzo abbaziale di Loreto, ubicato nel centro della città di Mercogliano. Al suo interno trovano sede una farmacia risalente al 1753 ed una biblioteca. Il 25 giugno 2012, dopo un accurato restauro, il quadro della Madonna è stato nuovamente collocato all'interno della Basilica antica, nella cappella dedicata al Crocifisso.

venerdì 20 marzo 2015

La villa dei misteri di Pompei



Riapre oggi, dopo mesi di restauri, la villa dei misteri del centro archeologico di Pompei.

Scoperta parzialmente nel 1909- 1910 e compiutamente nel 1929- 1930 ad opera di Amedeo Maiuri,il complesso è un esempio mirabile di commistione tra villa d’otium e villa rustica, appartenuta forse alla famiglia degli Istacidii, fra le più importanti della Pompei di età augustea.
Presenta, secondo gli studi più aggiornati, un impianto architettonico risalente al I secolo a. C. con successive trasformazioni fino al momento dell’eruzione (79 d.C.).

L’odierno assetto della villa si deve agli interventi che hanno avuto luogo in seguito al terremoto del 62 d.C., quando si avviò la conversione dell’edificio da villa residenziale a complesso agricolo e produttivo (vino). Al momento dell’eruzione del 79 d.C., erano in corso lavori di adeguamento della struttura da parte dell’ultimo proprietario.
Il lussuoso quartiere residenziale si trova sul lato ovest e si affacciava sul mare, impostandosi su un suggestivo asse prospettico costituito in sequenza da atrio, tablino e sala di soggiorno chiusa in fondo da una panoramica esedra semicircolare fenestrata.
Dal soggiorno con esedra si accede, attraverso un passaggio laterale, alla sala dei Misteri (riti iniziatici). Il nome della villa si deve agli affreschi che ornano questo triclinio.

Uno straordinario ciclo pittorico (megalografia), ampiamente discusso dagli studiosi, occupa la fascia mediana della sala, al di sopra di uno zoccolo decorato a finto marmo che funge da podio. La scena è dominata dalla coppia divina posta al centro della parete di fondo, in cui si identificano Dioniso e Afrodite (o Arianna). Le scene che convergono dalle pareti laterali verso il centro si incentrano su due temi interrelati, da un lato il mondo di Dioniso e l’iniziazione ai suoi Misteri, dall’altro la preparazione della fanciulla alle nozze (come mostrano le scene poste sulle pareti che inquadrano l’ingresso: da un lato la toletta di una sposa; dall’altro una donna ammantata seduta, forse la domina).
Il culmine della tensione narrativa è raggiunto nella scena rituale in cui una donna inginocchiata scopre il fallo, mentre un personaggio alato è intento alla flagellazione rituale mentre una menade del corteggio di Dioniso danza.

Nei riti dionisiaci, caratterizzati dall’ebbrezza del vino, dalla musica, dalla danza, satiri e baccanti, alter ego mitici degli adepti, raggiungevano uno stato di trance. L'esito del rito era anticamente collegato alla vendemmia ed era il temporaneo ritorno dell'adepto ad una condizione naturale e animalesca in cui la caccia e lo sbranamento di un animale selvaggio erano il coronamento finale.
Nel mondo italico la devozione a Bacco, dio del vino, ha radici profonde e si accompagna alla diffusione dei cosiddetti Baccanali, festività tramutate in veri e propri riti orgiastici. Il dio veniva invocato nelle cerimonie, e ai partecipanti era dato di evadere dalla realtà attraverso l’ebbrezza del vino, avvicinandosi così idealmente alla sfera divina.

Nel 186 a.C. il Senato Romano, per porre freno all’inarrestabile diffusione di queste manifestazioni di tipo misterico estranee alla religione ufficiale di Stato e destabilizzanti per l’ordine pubblico, emanò un’ordinanza, il Senatus consultum de Bacchanalibus, che ne vietava di fatto lo svolgimento. Il culto di Bacco era destinato ad ogni modo a continuare, e Pompei ne ha restituito tracce significative sino alla sua distruzione. Una straordinaria testimonianza della complessità di tali riti e dell’intreccio stretto con quello di Afrodite-Venere (in particolare per le cerimonie nuziali) è rappresentata dal ciclo degli affreschi del triclinio della Villa dei Misteri.

sabato 20 dicembre 2014

Il presepe napoletano

Il presepe napoletano della Reggia di Caserta 


Il presepe napoletano è una rappresentazione della nascita di Gesù ambientata tradizionalmente nella Napoli del Settecento.

L'arte presepiale napoletana si è mantenuta tutt'oggi inalterata per secoli, divenendo parte delle tradizioni natalizie più consolidate e seguite della città. Famosa a Napoli, infatti, è la nota via dei presepi (via san Gregorio Armeno) che offre una vetrina di tutto l'artigianato locale riguardante il presepe. Inoltre, numerosi sono i musei cittadini e non (come il museo di San Martino o la reggia di Caserta) nei quali sono esposti storici pezzi o intere scene che ambientati durante la nascita di Gesù.

Il primo presepio a Napoli viene menzionato in un documento che parla di un presepio nella Chiesa di S. Maria del presepe nel 1025. Ad Amalfi, secondo varie fonti, già nel 1324 esisteva una "cappella del presepe di casa d'Alagni".

Nel 1340 la regina Sancia d'Aragona (moglie di Roberto d'Angiò) regalò alle Clarisse un presepe per la loro nuova chiesa, di cui oggi è rimasta la statua della Madonna nel museo di San Martino.

Altri esempi risalgono al 1478, con un presepe di Pietro e Giovanni Alemanno di cui ci sono giunte dodici statue, e il presepe di marmo del 1475 di Antonio Rossellino, visibile a Sant'Anna dei Lombardi.

Nel XV secolo si hanno i primi veri e propri scultori di figure. Tra questi sono da menzionare in particolare i fratelli Giovanni e Pietro Alemanno che nel 1470 crearono le sculture lignee per la rappresentazione della Natività. Nel 1507 il lombardo Pietro Belverte scolpì a Napoli 28 statue per i frati della Chiesa di San Domenico Maggiore. Per la prima volta il presepio fu ambientato in una grotta di pietre vere, forse venute dalla Palestina, ed arricchito con una taverna. Nel 1532 secolo registrò delle novità: Domenico Impicciati fu probabilmente il primo a realizzare delle statuine in terracotta ad uso privato. Uno dei personaggi, altra novità, prese le sembianze del committente, il nobile di Sorrento, Matteo Mastrogiudice della corte aragonese. Nel 1534 arrivò a Napoli San Gaetano da Thiene che aveva già dato prova di grande amore per il presepio in Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. L'abilità di Gaetano accrebbe la popolarità del presepio e particolarmente apprezzato fu quello costruito nell'Ospedale degli Incurabili. Si deve ai sacerdoti scolopi, nel primo ventennio del Seicento, il presepio barocco. Le statuine furono sostituite da manichini snodabili di legno, rivestiti di stoffe o di abiti. I primissimi manichini napoletani erano a grandezza umana per poi ridursi attorno ai settanta centimetri. Il presepio più famoso fu realizzato nel 1627 dagli scolopi alla Duchessa. La Chiesa degli scolopi lo smontava ogni anno per rimontarlo il Natale successivo: anche questa fu un'innovazione perché fino ad allora i presepi erano fissi. Nel 1640, grazie a Michele Perrone, i manichini conservarono testa ed arti di legno, ma furono realizzati con un'anima in filo di ferro rivestito di stoppa che consentì alle statue di assumere pose più plastiche. Verso la fine del Seicento nacque la teatralità del presepio napoletano, arricchita dalla tendenza a mescolare il sacro con il profano, a rappresentare in ogni arte la quotidianità che animava piazzette, vie e vicoli. Apparvero nel presepio statue di personaggi del popolo come i nani, le donne con il gozzo, i pezzenti, i tavernari, gli osti, i ciabattini, ovvero la rappresentazione degli umili e dei derelitti: le persone tra le quali Gesù nasce. Particolarmente significativa fu l'aggiunta dei resti di templi greci e romani per sottolineare il trionfo del cristianesimo sorto sulle rovine delle colonne pagane. Nel Settecento il presepio napoletano visse la sua stagione d'oro, uscì dalle chiese dove era oggetto di devozione religiosa per entrare nelle dimore dell'aristocrazia. Nobili e ricchi borghesi gareggiarono per allestire impianti scenografici sempre più ricercati. Giuseppe Sanmartino, forse il più grande scultore napoletano del Settecento, abilissimo a plasmare figure in terracotta, diede inizio ad una vera scuola di artisti del presepio.

La scena si sposta sempre più al di fuori del gruppo della sacra famiglia e più laicamente s'interessa dei pastori, dei venditori ambulanti, dei re Magi, dell'anatomia degli animali. Benché Luigi Vanvitelli definì l'arte presepiale "una ragazzata", tutti i grandi scultori dell'epoca si cimentarono in essa fino all'Ottocento inoltrato.

Nel Seicento il presepe allargò il suo scenario. Non venne più rappresentata la sola grotta della Natività, ma anche il mondo profano esterno: in puro gusto barocco, si diffusero le rappresentazioni delle taverne con ben esposte le carni fresche e i cesti di frutta e verdura e le scene divennero sfarzose e particolareggiate (Michele Perrone fu tra gli artisti principali in questo campo), mentre i personaggi si fecero più piccoli: manichini in legno o in cartapesta saranno preferiti anche nel Settecento.

Il secolo d'oro del presepe napoletano è il Settecento, quando regnò Carlo III di Borbone. Per merito della fioritura artistica e culturale in quel periodo anche i pastori cambiarono il loro sembiante. I committenti non erano più solo gli ordini religiosi, ma anche i ricchi e i nobili.

Una delle collezioni più ricche e più grandi di presepi nel mondo si trova nel Museo Nazionale Bavarese (Bayerisches Nationalmuseum) a Monaco di Baviera. La maggior parte della collezione è arrivata al museo dalla collezione privata di Max Schmederer.

Ma il Museo della Certosa di San Martino è certamente il punto di riferimento per gli studi sul presepe Napoletano, oltre ai ricchi presepi ancora conservati integri a Napoli e altrove. Forse il più celebre e acclamato esempio di presepe napoletano è il presepe Cuciniello realizzato tra il 1887 e il 1889 ed esposto a San Martino; un altro celeberrimo, esposto talvolta a palazzo reale, è il Presepe del Banco di Napoli.

Nel Novecento questa tradizione è gradualmente scomparsa, ma oggi grandi presepi vengono regolarmente allestiti in tutte le principali chiese del capoluogo campano e molti napoletani lo allestiscono ancora nelle proprie case.

venerdì 13 dicembre 2013

Il Presepe

Il presepe (o presepio) è una rappresentazione della nascita di Gesù, derivata da tradizioni medievali.

Il termine deriva dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoia, ma anche recinto chiuso dove venivano custoditi ovini e caprini composto da prae = innanzi e saepes = recinto, ovvero luogo che ha davanti un recinto. Un'altra ipotesi fa nascere il termine da praesepire cioè recingere. Nel latino tardo delle prime vulgate evangeliche viene chiamato cripia, che divenne poi krippe in tedesco, crib in inglese, krubba in svedese e crèche in francese. Una curiosità: il presepe è chiamato così solo in Italia ed in Ungheria perché la parola vi arrivò via Napoli nel XIV secolo quando un discendente Angiò divenne re di quelle regioni.

Le prime fonti del presepe sono i 180 versetti dei Vangeli di Matteo e Luca, cosiddetti dell'infanzia, che riportano la nascita di Gesù avvenuta al tempo di re Erode, a Betlemme di Giudea, piccola borgata ma sin da allora nobile, perché aveva dato i natali a Re Davide.

Il presepe moderno indica una ricostruzione tradizionale della natività di Gesù Cristo durante il periodo natalizio: si riproducono quindi tutti i personaggi e i posti della tradizione, dalla grotta alle stelle, dai Re Magi ai pastori, dal bue e l'asinello agli agnelli, e così via. La rappresentazione può essere sia vivente che iconografica.

La tradizione, prevalentemente italiana, risale all'epoca di San Francesco d'Assisi che nel 1223 realizzò a Greccio la prima rappresentazione vivente della Natività. Tommaso da Celano, cronista della vita di San Francesco descrive brevemente la scena: si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l'asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l'umiltà e Greccio si trasforma quasi in una nuova Betlemme. Sebbene esistessero anche precedentemente immagini e rappresentazioni della nascita del Cristo, queste non erano altro che "sacre rappresentazioni" delle varie liturgie celebrate nel periodo medievale. La più antica raffigurazione della Vergine con Gesù Bambino, la troviamo nelle Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria a Roma, dipinta da un ignoto artista del III secolo all'interno di un arcosolio del II secolo. Ritornando al Presepe di Greccio è opportuno, per correttezza, sottolineare che la rappresentazione preparata da San Francesco non si può ancora considerare un presepe come noi attualmente lo intendiamo. Mancano infatti i protagonisti principali: la Vergine Maria, San Giuseppe e Gesù Bambino; nella grotta dove era stata allestita la rappresentazione erano solo presenti due animali veri, ai lati di una mangiatoia sulla quale era stata deposta della paglia. Sull'argomento è ritornato recentemente Papa Ratzinger nel suo ultimo libro ove afferma che "nel Vangelo non si parla di animali" e che quindi il bue e l'asino non erano nella stalla.

Il primo presepe scolpito a tutto tondo di cui si ha notizia è quello conservato nella Basilica di Santo Stefano (Bologna). Si tratta del più antico presepio conosciuto al mondo composto da statue a tutto tondo. Uno studio approfondito dell'opera pubblicato nel 1981 da Massimo Ferretti, alla fine del primo grande restauro effettuato da Marisa e Otello Caprara, ha identificato che lo scultore delle statue è lo stesso Maestro del Crocefisso 1291 custodito nelle Collezioni d'Arte del Comune di Bologna. L'opera fu prima scolpita da tronchi di tiglio e di olmo, forse nell'ultimo decennio del XIII secolo da uno anonimo scultore bolognese. L'opera rimase senza coloritura fino al 1370, quando fu incaricato il pittore bolognese Simone dei Crocefissi che ne curò la ricca policromia e la doratura con il suo personalissimo stile gotico.

Antico come questo è il gruppo scultoreo di Arnolfo di Cambio nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, che per tanto tempo è stato considerato il Presepio più antico fatto con singole statue. Ma un'attenta osservazione dei gruppi scultorei denota che in realtà non si tratta di vere statue a tutto tondo, bensì di altorilievi scolpiti da blocchi di pietra, il cui dorso è visibilmente rimasto piatto, eccettuata la figura del Mago inginocchiato, che risulta essere stata completata successivamente a tutto tondo (cioè scolpendo anche il dorso) da un autore successivo ad Arnolfo di Cambio, così come è accaduto alla figura della Vergine col Bambino, che non è l'originale scolpita da Arnolfo, ma le più recenti indagini hanno evidenziato che essa sarebbe stata modificata in epoca rinascimentale, scolpendo e modificando la figura originale della Vergine di Arnolfo.

L'iconografia del presepio ebbe un impulso nel Quattrocento grazie ad alcuni grandi maestri della pittura: il Botticelli nell'Adorazione dei Magi (Firenze, Galleria degli Uffizi) raffigurò personaggi della famiglia Medici; Giotto con la Natività della Cappella degli Scrovegni a Padova. Nel Quattrocento anche Luca e Andrea Della Robbia si cimentarono con le loro terrecotte in scene della Natività: per tutte valga quella del convento della Verna. Un'altra terracotta robbiana, con sfondo affrescato da Benozzo Gozzoli, si trova nel duomo di Volterra e rappresenta i pastori e il corteo dei Magi. Filippino Lippi compose la Natività che si trova al Museo Diocesano di Milano, Piero della Francesca la Natività della National Gallery di Londra, il Correggio la Natività della Pinacoteca di Brera.

Ben presto questo tipo di simbolismo fu ampiamente recepito a tutti i livelli, soprattutto all'interno delle famiglie, per le quali la rappresentazione della nascita di Gesù, con le statuine ed elementi tratti dall'ambiente naturale, diventò un rito irrinunciabile.

Nel XV secolo si diffuse l'usanza di collocare nelle chiese grandi statue permanenti, tradizione che si diffuse anche per tutto il XVI secolo. Dal XVII secolo il presepe iniziò a diffondersi anche nelle case dei nobili sotto forma di "soprammobili" o di vere e proprie cappelle in miniatura anche grazie all'invito del papa durante il Concilio di Trento poiché ammirava la sua capacità di trasmettere la fede in modo semplice e vicino al sentire popolare.

Ma il grande sviluppo dei presepi scolpiti si ebbe nel Settecento, quando si formarono le grandi tradizioni presepistiche: quella del presepe napoletano, quella del presepe genovese e quella del presepe bolognese. In questo secolo, da un lato, si diffusero i presepi nelle case. Nel XVIII secolo, addirittura, a Napoli si scatenò una vera e propria competizione fra famiglie su chi possedeva il presepe più bello e sfarzoso: i nobili impegnavano per la loro realizzazione intere camere dei loro appartamenti ricoprendo le statue di capi finissimi di tessuti pregiati e scintillanti gioielli autentici. Nello stesso secolo a Bologna, altra città italiana che vanta un'antica tradizione presepistica, venne istituita la Fiera di Santa Lucia quale mercato annuale delle statuine prodotte dagli artigiani locali, che viene ripetuta ogni anno, ancora oggi, dopo oltre due secoli.

Ma, soprattutto, il Settecento è il secolo in cui si diffusero i presepi nelle chiese. Alcuni di essi sono sopravvissuti, nonostante i molti furti subiti, e vengono tuttora esposti nel periodo natalizio. Fra i più famosi scultori di presepi di quest'epoca si segnala il genovese Anton Maria Maragliano.

Solo fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento il presepe arriverà anche negli appartamenti dei borghesi e del popolino, ovviamente in maniera meno appariscente, resistendo fino ai giorni nostri.


Presepe napoletano esposto all'interno della Reggia di Caserta



lunedì 9 dicembre 2013

La pastiera napoletana

La pastiera napoletana (o più semplicemente pastiera) è un dolce napoletano, uno dei capisaldi della cucina napoletana (ma diffuso anche nella zona di Reggio Calabria e provincia). Ha avuto il riconoscimento di prodotto agroalimentare tradizionale campano.

La leggenda che vuole la sirena Partenope creatrice di questa delizia deriva probabilmente dalle feste pagane e dalle offerte votive del periodo primaverile. In particolare la leggenda è probabilmente legata al culto di Cerere le cui sacerdotesse portavano in processione l'uovo, simbolo di rinascita che passò nella tradizione cristiana. La ricetta attuale fu perfezionata proprio nei conventi e divennero celebri quelle delle suore del convento di San Gregorio Armeno.

La pastiera è una torta di pasta frolla farcita con un impasto a base di ricotta, frutta candita, zucchero, uova e grano bollito nel latte. La pasta è croccante mentre il ripieno è morbido. Il colore è giallo oro molto intenso. Il profumo e il sapore cambiano a seconda delle spezie e degli aromi utilizzati durante la preparazione. Nella ricetta classica gli aromi utilizzati sono cannella, canditi, scorze d'arancia, vaniglia e acqua di fiori d'arancio. Oggi ci sono numerose variazioni alla ricetta classica che vanno dall'aggiunta di crema pasticcera nell'impasto interno, al cioccolato bianco nella pasta frolla.

Le massaie partenopee la preparavano di solito il giovedì santo o il venerdì santo, ma ormai è presente tutto l'anno nelle migliori pasticcerie napoletane, soprattutto nel periodo natalizio.




venerdì 15 novembre 2013

Sant'Agata de' Goti & New York

Che cosa unisce Sant'Agata de' Goti, ridente comune in provincia di Benevento e la città della Grande Mela, New York? Il nuovo sindaco di quest'ultima, Bill de Blasio eletto il 6 novembre scorso. 

Conosciamo meglio il Comune beneventano.

Sant'Agata de' Goti è un comune italiano di 11.453 abitanti, ubicato in Campania, nella provincia di Benevento. Sorge nella Valle Caudina, alle falde del Monte Taburno, ed al confine con la provincia di Caserta. 

Il toponimo Sant'Agata de' Goti, così come oggi noi lo conosciamo, si forma in due differenti periodi storici. Fu nel corso del VI secolo infatti che la città fu intitolata alla santa catanese. Si deve invece alla presenza in città della famiglia francese dei De Goth (la stessa di Papa Clemente V), alla quale Roberto d'Angiò concesse il feudo di Sant'Agata nel 1300, il "de' Goti". È infatti solo durante il XIV secolo che il toponimo, così come lo conosciamo oggi, compare per la prima volta in uno scritto ufficiale. Un'altra tesi, invece, attribuisce il "de' Goti" al passaggio dei Goti in questi territori nel corso del VI secolo.

Ufficialmente si trova notizia per la prima volta del toponimo Sant'Agata nel 568 d.C. quando viene fondato dai longobardi l'omonimo gastaldato. A seguito dell'alleanza con i bizantini la città viene assediata e conquistata da Ludovico II nell'866 mentre nel 1066 passa sotto il dominio dei normanni. 

Nel 1230 fu ceduta a Papa Gregorio IX per poi passare nelle mani dei Siginulfo e degli Artus. Gli Artus reggono la città dal 1270 al 1411, ma con molte interruzioni. È in questo periodo che in città arrivano i De Goth, famiglia francese legata a quel Bertand De Got che sarà Papa con il nome di Clemente V. Nel 1506 Sant'Agata diviene possedimento dei Della Ratta, nel 1532 di Giovanni de Rye, dei Ram, sino al 1548, dal 1572 al 1636 dei Cosso o Coscia e infine nel 1696 dei Carafa, conti di Cerreto Sannita che la tennero sino all'abolizione del feudalesimo avvenuta nel 1806.

Sede vescovile dal 970 fino al 1986, quando è stata aggregata alla diocesi di Telese e Cerreto Sannita, ha avuto tra i suoi vescovi Sant'Alfonso Maria de' Liguori, alla guida della diocesi per tredici anni, e Felice Peretti, vescovo dal 1566 al 1571, poi Papa con il nome di Sisto V.

La campagna produce prevalentemente olio, vino, frutta (mele e ciliegie in special modo), ortaggi, cereali e legumi. Fra le specialità di frutta si coltiva la mela annurca, prodotto che nel 2006 ha ottenuto il marchio IGP (Indicazione geografica protetta). Il frutto, piccolo e schiacciato, si caratterizza per le proprietà organolettiche: polpa bianca compatta, acidula e profumata. Era già conosciuta e apprezzata nell'antichità romana, e citata da Gaio Plinio Secondo noto come Plinio Il Vecchio che nel suo Naturalis Historia ne localizza l'origine nella zona di Pozzuoli; oggi la mela annurca viene coltivata in tutta la Regione Campania. 

Di gran qualità è il vino prodotto a Sant'Agata de' Goti, famosi soprattutto la falanghina, che ha ricevuto la denominazione DOC con la dicitura Sant'Agata dei Goti Falanghina, e l'aglianico, etichetta DOC Sant'Agata dei Goti Aglianico riserva.

Un borgo ricco di storia da visitare se passate dalla Campania.



venerdì 13 settembre 2013

Le Repubbliche marinare: Amalfi

Amalfi, la prima repubblica marinara a raggiungere un'importanza di primo piano, acquisì l'indipendenza de facto dal Ducato di Napoli nell'839.

Gli amalfitani si ressero con un ordinamento repubblicano composto da comites, a cui erano preposti i praefecturii, fino al 945, quando Mastalo II assunse il potere e si proclamò duca.

Già dalla fine del IX secolo il ducato sviluppò intensi scambi con Bisanzio e con l'Egitto. I mercanti amalfitani sottrassero agli Arabi il monopolio dei commerci mediterranei e fondarono nel X secolo basi mercantili nell'Italia meridionale, in Africa Settentrionale ed in Medio Oriente. Nell'XI secolo Amalfi raggiunse l'apice della sua potenza marittima, ed aveva fondachi a Costantinopoli, Laodicea, Beirut, Giaffa, Tripoli di Siria, Cipro, Alessandria, Tolemaide e addirittura a Baghdad e in India.

La flotta amalfitana contribuì a liberare il Tirreno dai pirati saraceni, sconfiggendoli a Licosa (846), a Ostia (849) e sul Garigliano (915).

All'alba dell'anno Mille, Amalfi era la più prospera città della Langobardia, l'unica, per grandezza, ricchezza e potenza, a poter competere con le grandi metropoli arabe: coniava una propria moneta d'oro, il tarì, che aveva corso in tutti i principali porti mediterranei; redasse le Tavole amalfitane, un codice di diritto marittimo rimasto valido per tutto il Medioevo; a Gerusalemme il nobile commerciante Mauro Pantaleone edificò l'ospedale da cui avrebbero avuto origine i Cavalieri di Malta; ad Amalfi nacquero la borghesia e quella rivoluzione commerciale che pose fine ai secoli bui.

I lungimiranti duchi di Amalfi seppero salvaguardare nei secoli la propria potenza, alleandosi, a seconda delle circostanze, ora con i bizantini, ora col papa, ora con i musulmani.

Per lungo tempo, sulla base di un'erronea lettura di un passo dell'umanista Flavio Biondo, all'amalfitano Flavio Gioia è stata attribuita l'invenzione della bussola. Nonostante la tenace tradizione originatasi, leggendo correttamente il passo di Biondo, risulta che Flavio Gioia non è mai esistito, e che la gloria degli amalfitani non fu quella di inventare la bussola, importata in realtà dalla Cina, ma di essere stati i primi a usarla e a diffonderne l'uso in Europa.

Lo stretto legame che lega la città di Amalfi all'Oriente è testimoniato anche dall'arte che fiorì nei secoli di indipendenza, in cui si fondono armonicamente influenze bizantine ed arabo-normanne.

Ma verso la metà dell'XI secolo la potenza del ducato comincia ad offuscarsi: nel 1039, anche a causa di lotte intestine, è conquistato da Guaimario V, principe di Salerno, storica nemica di Amalfi, e se ne libera nel 1052 col duca Giovanni II. Ma nel 1073, Roberto il Guiscardo, chiamato proprio dagli Amalfitani contro Salerno, conquistò il ducato, che però rimase sostanzialmente autonomo, e anzi si ribellò spesso ai reggenti normanni, fino al 1100, quando Marino Sebaste, l'ultimo duca, fu deposto dai normanni, che lasciarono ad Amalfi solo un'autonomia amministrativa, tolta poi nel 1131 da Ruggero II di Sicilia. Dopo la conquista da parte dei Normanni, la sua decadenza non fu immediata, divenendo scalo dello stato normanno-svevo ma il suo commercio si ridusse al Mediterraneo occidentale e gradualmente fu soppiantata, a livello locale da Napoli e Salerno, a livello mediterraneo da Pisa, Venezia e Genova.

Con un passato così ricco di storia, Amalfi rimane comunque sino ad oggi una città da visitare per i suoi monumenti e i suoi panorami.

Di seguito il sito internet: http://www.amalfitouristoffice.it/



lunedì 9 settembre 2013

Maschio Angioino

Castel Nuovo, meglio noto come Maschio Angioino, è uno storico castello medievale e rinascimentale, nonché uno dei simboli della città di Napoli.

Il castello domina la scenografica piazza Municipio ed è sede della Società napoletana di storia patria e del Comitato di Napoli dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.

La sua costruzione si deve all'iniziativa di Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, salì al trono di Sicilia e stabilì il trasferimento della capitale da Palermo alla città partenopea.

Il castello è sede del museo civico di Napoli. Infatti  all'interno del Maschio Angioino è presente un percorso museale inaugurato nel 1990 che inizia dalla trecentesca cappella Palatina passando poi per la sala dell'Armeria fino ad arrivare al primo e secondo livello del castello, questi ultimi destinati alla pittura ed alla scultura.

Una soggiorno alla città di Napoli non può prescindere da una visita a questo monumento ricco di storia pluri centenaria. 

Permettetemi infine di rivolgere un pensiero a mio nonno Raffaele, napoletano doc, che ci ha lasciato trent'anni fa, come oggi.






mercoledì 28 agosto 2013

La mozzarella di bufala

Uno dei formaggi freschi italiani più noti (e più buoni) è la mozzarella di bufala.

La mozzarella di bufala è un prodotto caseario dell'Italia Meridionale, prodotto tradizionalmente in Campania, soprattutto nelle province di Caserta e Salerno. La produzione di questo formaggio tipico si svolge anche in altre parti della Campania nonché nel Lazio meridionale, nell'alta Puglia e nel comune di Venafro in Molise.

Il termine mozzarella deriva dal nome dell'operazione di mozzatura compiuta per separare dall'impasto i singoli pezzi. È spesso definita regina della cucina mediterranea, ma anche oro bianco o perla della tavola, in ossequio alle pregiate qualità alimentari e gustative del prodotto.

Le prime notizie storiche certe si hanno in un documento longobardo. Secondo queste fonti, già nel XI secolo la principessa Aloara, vedova del Principe di Capua Pandolfo Testadiferro, distribuiva una "mozza" con un pezzo di pane ai monaci dell'Abbazia di San Lorenzo ad Septimum alle porte di Aversa, componenti del Capitolo ove ogni anno vi si recavano in processione. Secondo altri la mozzarella l'avrebbero inventata i monaci stessi: mentre le bufale si trovavano nelle vallate acquitrinose, i conventi erano invece dislocati sulle alture; per trasportare meno peso su per la montagna, il latte veniva lavorato con un procedimento veloce direttamente sui pascoli, concentrandolo in un latticino che poi veniva trasportato su in convento.

Comunque ne sia la genesi, la mozzarella di bufala ci fa compagnia da secoli con la sua freschezza e il suo sapore unico al mondo! 

La prima volta che venite in Italia, gustatevi una mozzarella di bufala condita con olio di oliva e un pomodoro maturo, un pranzo degno di un re!






mercoledì 24 luglio 2013

La percoca

Una varietà di pesca molto diffusa in questo periodo dell'anno, soprattutto in Italia meridionale, è la percoca.

Per percoche si intendono alcune varietà di pesca a polpa gialla, compatta e non spicca, cioè aderente al seme, che sono coltivate in diverse regioni italiane.

Le percoche per l'intensità del sapore, per l'intenso profumo, e per la compattezza della polpa sono spesso sinonimo di "pesche industriali", quindi vocate per la produzione industriale dei migliori derivati di pesca: succhi, creme, polpe, e frutta sciroppata. Per contro per la compattezza della polpa adesa al seme, che costringe a staccare la polpa dal seme con il coltello, sono meno adatte al consumo fresco.

Sono particolarmente note le coltivazioni in Campania, in particolare nell'area flegrea, nella Valle del Sarno e a Siano (SA). È coltivata e molto diffusa anche in Puglia, Basilicata e Calabria.

In quasi tutta la Campania e in alcune zone della Basilicata, è diffusa l'usanza di immergere pezzettoni di percoca in un contenitore pieno di vino rosso o bianco, da riporre in frigo. A questa specialità, che si consuma bevendo prima il vino e poi mangiando le percoche intrise di vino sul fondo del bicchiere, è dedicata una sagra annuale che si tiene a Siano.




martedì 9 luglio 2013

Il caffè napoletano

Noi italiani pensiamo di bere il caffè migliore del mondo...non so se a torto o a ragione!

Ma in Italia, i napoletani sono convinti di fare il caffè migliore d'Italia! La classica caffettiera che si usa ancora oggi nelle case dei napoletani veraci è la cuccumellanapoletana!

E' un tipo di caffettiera che prende il nome dalla città di origine. Inventata dal francese Morize nel 1819, si è poi diffusa in tutta Italia, utilizzata per la preparazione casalinga del caffè. 

A partire da circa la metà del XX secolo è stata via via sostituita dalla più moderna caffettiera moka, di più veloce e facile utilizzo, mentre oggi le giovani coppie preferiscono la macchinetta "espresso" con le cialde di caffè pronte per l'uso.

Ma il fascino della vecchia napoletana, permane!!!



 

mercoledì 26 giugno 2013

Acciaroli

In provincia di Salerno, frazione del Comune di Pollica, si trova un caratteristico borgo marinaro, Acciaroli.

La prima volta che ho visitato Acciaroli, correva l'anno 1978...le strade del paese non erano ancora asfaltate... si respirava aria di mare e mentuccia...un ricordo indelebile nella mia mente...

Se questa estate fate un giro dalle parti di Salerno, allungate la strada sino ad Acciaroli, non resterete delusi. 

E poi si mangia dell'ottimo pesce freschissimo!




Per informazioni su Acciaroli:  http://www.acciaroli.info/




venerdì 14 giugno 2013

Il Museo del Corallo di Napoli

Forse non tutti sanno che a Napoli esiste il Museo del Corallo.

La lavorazione del corallo ebbe inizio nella seconda meta' del 1800 ad opera della famiglia Ascione di Torre del Greco.

Nella sezione dedicata alla gioielleria, vi sono esposti oltre 300 gioielli in corallo, cammei e pietra lavica.

Da visitare quando si passa da Napoli...




Sito internet: http://www.museodelcorallo.it/